I marchi eco-amici

Come promesso, eccoti un elenco di pagine web con al loro interno una lista di marchi eco-friendly:

In generale, la produzione di questi vestiti avviene nel totale rispetto dell’ambiente e degli animali. Per la lavorazione vengono utilizzati materiali prodotti in maniera biologica ed eco-sostenibile, e solitamente gli impiegati di queste aziende vedono rispettati tutti i loro diritti.
Necessariamente, il costo di questi articoli è superiore rispetto a quelli prodotti in Bangladesh nelle condizioni di cui ho parlato nel precedente post. Il motivo è semplice: i costi di produzione sono più elevati, di conseguenza anche il prezzo di vendita. Sta alla coscienza di ognuno di noi decidere cosa comprare con lo stesso budget. Acquistare meno prodotti ma di qualità superiore aiutando delle aziende medio/piccole a sopravvivere, o acquistare una grande quantità di prodotti di qualità spesso scadente il cui mercato si basa sul mancato rispetto dei più basilari diritti umani?
Io la mia scelta l’ho fatta e la sto mettendo in pratica poco a poco, il mio primo acquisto eco-amico sono state un bel paio di snickers da Mi Pacha: https://www.mipacha.com

Let’s just think about it.

Il vero prezzo

Non sono mai stata una persona che spende tanti soldi in vestiti, scarpe e accessori. Mi è capitato più di una volta di arrivare fino alla cassa con un capo da comprare, per poi cambiare idea al ultimo minuto riportandolo sullo scaffale. Mi rendevo conto che non ne avevo veramente bisogno, che era solo un capriccio, quindi decidevo di spendere i miei soldi in modo migliore. Come per tutti quanti le opzioni più facili, veloci ed economiche per acquistare questo tipo di prodotti è andando nei negozi più famosi, presenti ovunque. Mi sono resa conto però che i prodotti che acquistavo a così basso prezzo duravano poco nel tempo, erano principalmente di tessuti sintetici ed erano praticamente tutti fatti negli stessi paesi. Ci fu un episodio in particolare che mi fece interessare alla provenienza di questi prodotti: come forse ricorderai, nel 2013 crollò il Rana Plaza in Bangladesh. Un palazzo di otto piani che sgretolandosi in pochi minuti causò la morte di 1’129 persone ed  oltre 2’500 feriti. Questo palazzo ospitava diverse fabbriche di abbigliamento. I proprietari hanno ignorato i vari avvisi di divieto di utilizzo della struttura in seguito a delle crepe formatasi a causa delle vibrazioni delle macchine da cucire.
Dopo questa notizia decisi di informarmi di più sulla produzione dei vestiti che compravo e  mi fu consigliato di guardare un reportage dal titolo “The true cost”. In seguito trovai altri articoli e documentari che mi fecero aprire gli occhi. Tutti questi prodotti a bassissimo prezzo costano così poco perché la loro produzione avviene in paesi poveri, e gli impiegati nelle fabbriche lavorano senza nessun tipo di tutela. Dopo l’incidente fu creato un accordo sulla sicurezza delle fabbriche e delle costruzioni in Bangladesh ma fu firmato solo da trentotto aziende e i lavori per la messa in sicurezza vanno a rilento.
Fatte tutte queste considerazioni, ho deciso che in determinati negozi non ci metterò più piede e che mi informerò prima sulla marca dalla quale decido di comprare qualcosa. Parlandone capita spesso di sentirsi dire: “beh, allora non si può più comprare niente da nessuna parte!” No, non è vero! Esistono soluzioni diverse e nel prossimo post ti lascerò qualche link utile.
Nel frattempo, se anche tu vuoi approfondire l’argomento, ecco dove puoi trovare qualche informazione:

Porsi qualche domanda può far paura, ma a volte diventa necessario.

Dove ti butto?

Tengo molto al rispetto dell’ambiente in generale, e sono sempre interessata a tutte  le belle iniziative volte al riutilizzo dei materiali di scarto. Quindi ho deciso che tutti i vestiti eliminati dal mio armadio dovranno in qualche modo essere utili a qualcuno. Partendo quindi dal presupposto che non avrei buttato nulla nel sacco nero dei rifiuti, ho fatto alcune ricerche sulle varie possibilità che ci sono in Svizzera per lo smaltimento dei vestiti.
Esistono tre categorie di vestiti usati:

  1. Quelli in buono stato che si possono donare in beneficenza
  2. Quelli un po’ rovinati, con qualche piccola macchia o qualche buco, il cui tessuto può essere riutilizzato
  3. Quelli troppo sporchi o troppo rotti che vanno buttati via

C’è anche la possibilità di rivendere i vestiti che sono stati indossati poco e che sono in perfetto stato. Ho trovato dei capi con ancora l’etichetta che metterò in vendita su qualche sito di annunci o in alcuni negozi dell’usato.
Tornando alle prime due categorie, ecco un breve elenco delle associazioni che raccolgono i vestiti usati in Svizzera.

  • Gruppo Texaid: Predispongono vari cassonetti sparsi per le città, nei quali ognuno può buttare i propri vestiti. Quando si tratta di grandi quantità, viene anche effettuata la raccolta a domicilio. Tutti i capi vengono smistati e quelli in buono stato vengono venduti come vestiti di seconda mano a paesi come Asia e Africa. I tessuti che presentano dei difetti vengono riutilizzati come strofinacci mentre quelli inutilizzabili vengono lavorati per creare materiale isolante e imbottiture varie. www.texaid.ch www.contex-ag.ch
  • Tell – Tex: Lavorano con lo stesso metodo del Gruppo Texaid. Inoltre con il ricavato degli indumenti raccolti sostengono gli enti assistenziali svizzeri. Collaborano anche con “Aiuto alla montagna” che fornisce aiuto in particolare alle persone che vivono nelle regioni di montagna. www.tell-tex.ch

Per quanto riguarda invece gli enti e le associazioni benefiche, ve ne sono di diverso tipo: le principali in Svizzera sono Caritas e Emmaus. Per la raccolta dei vestiti la Caritas mette a disposizione dei cassonetti come Texaid.
Ecco alcune linee guida su come scegliere e preparare gli indumenti da donare:
Ogni capo dev’essere pulito. Si raccolgono indumenti e biancheria intima per ogni sesso ed età (anche abbigliamento in pelle e pellicce). Per quanto riguarda le scarpe dovranno essere pulite e legate a coppie. Oltre ai vestiti, è possibile donare biancheria da tavola, da letto (anche trapunte e piumini) e per la casa, oltre a accessori come borse e cinture. Il tutto dovrà essere confezionato in sacchi ben chiusi.
Sapendo che ciò che non utilizzo più può essere utile ad altri, grazie a queste iniziative, mi sento ancor più soddisfatta di aver svuotato l’armadio. Non vedo l’ora di andare avanti e liberarmi di altre cose, per me, inutili.

Continua..  

L’armadio

Questa mattina ho finalmente svuotato il mio armadio.
Ho separato i vestiti in categorie: pantaloni, magliette, felpe, gonne, eccetera. Poi per ogni categoria ho scartato in primis le cose che non mettevo da tanto tempo, indipendentemente dalla stagione. Poi, tra ciò che restava, ho cercato di selezionare quello che davvero mi piace e tutt’ora ricomprerei. Ho scartato addirittura dei regali e dei ricordi, perché piuttosto che tenere in un armadio una maglietta che non avrei mai messo, preferisco darle una nuova vita. Mi sono divertita a contare tutte le montagnette di vestiti per avere dei numeri che dessero forma al cambiamento: da 162 capi ne ho tenuti 104.
Dirai “beh, non è sta gran rivoluzione”. Infatti sí, hai ragione. Ma lo scopo di questo mio viaggio non è rimanere senza niente. Lo scopo del minimalismo non è rimanere solo con lo stretto necessario, ma rimanere solo con le cose che più ci piacciono e ci gratificano. Quindi, siccome ho una certa fissazione per i blazer, ho preferito tenerne di più in percentuale rispetto al resto, e mettere da parte invece tutti quei pullover neri, ad esempio.
Sono poi passata alle scarpe: da 31 paia a 16. Il cassetto degli accessori: sciarpe, cuffie, borse, zaini. Infine i cassetti dell’intimo: praticamente ridotti a 10 paia di mutande, di calze e di collants.
Adesso la domanda è: che cosa me ne faccio dei 58 capi e delle 15 paia di scarpe che ho scartato?
Giusto il tempo di qualche ricerca, e ti farò sapere.

A domani.